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Cosa prescrive il PAN-A.5.6.1 - Utilizzo dei prodotti fitosanitari ad azione erbicida

Con l'entrata in vigore in Italia, dal 13/02/2014, del PAN-2014 (Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari), le Autorità locali competenti per la gestione della flora infestante devono individuare, per l'ambiente urbano:

a) le aree dove il mezzo chimico è vietato;

b) le aree dove il mezzo chimico può essere usato esclusivamente all’interno di un approccio integrato con mezzi non chimici e di una programmazione pluriennale degli interventi.

In particolare sono previste le seguenti misure:

• i trattamenti diserbanti sono vietati e sostituiti con metodi alternativi nelle zone frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, indicate al precedente paragrafo A.5.6;
• in caso di deroga non si può ricorrere, comunque, all’uso di prodotti fitosanitari che riportano in etichetta le seguenti frasi di rischio: da R20 a R28, R36, R37, R38, R42, R43, R40, R41, R45, R48, R60, R61, R62, R63, R64 e R68, ai sensi del decreto legislativo n. 65/2003 e s.m.i. o le indicazioni di pericolo corrispondenti di cui al regolamento (CE) n. 1272/2008.

Tali prodotti non devono, comunque, contenere sostanze classificate mutagene, cancerogene, tossiche per la riproduzione e lo sviluppo embriofetale, sensibilizzanti, ai sensi del regolamento (CE) n.1272/2008.

Gran parte degli erbicidi attualmente in uso hanno le seguenti caratteristiche:

1. sicuramente sono tutti tossici o nocivi per l'ambiente acquatico: classe di rischio = N;

2. la maggioranza è composta da principi attivi con classe di rischio Xn = nocivo per la salute;

3. purtroppo alcuni di questi principi attivi hanno classe di rischio T = tossico per la salute;

4. hanno sicuramente le frasi di rischio acute da R20 a R43, quindi non utilizzabili;

5. molti principi attivi hanno frasi di rischio croniche da R45 a R68, quindi non utilizzabili;

6. molti di questi erbicidi soffrono della declassificazione del rischio, ossia il ministero assegna una classe di rischio inferiore a quella dei principi attivi che compongono l'erbicida.

In pratica, gli erbicidi attualmente in uso vanno sostituiti con altri meno pericolosi (esistono??) oppure bisogna ricorrere "a mezzi alternativi (meccanici, fisici, biologici), riducendo le dosi di impiego e utilizzando tecniche e attrezzature, che permettano di ridurne al minimo la dispersione nell’ambiente" (pag.26: A.5.6 del PAN).

Utilizzo del disseccante in agricoltura, e relativi effetti visivi

 

L'atrazina

Erbicida molto utilizzato fino al 1992, quando è stato definitivamente vietato nel territorio italiano, risulta ancora presente in dosi elevate nelle acque sotterranee (ISPRA - Rapporto nazionale pesticidi nelle acque 2016) .

L'atrazina è un erbicida che ha avuto una grande diffusione in tutto il mondo . Poi si è capito che non attaccava solo le piante cattive, ma faceva male anche ad altri esseri viventi. Un biologo dell'università della California ha esposto 40 rane a quantità di atrazina inferiori ai livelli di guardia. Risultato? Ben 30 rane sono diventate sterili. Altre quattro invece hanno addirittura cambiato sesso: da maschi si sono trasformate in femmine. Ed è alto il sospetto che provochi guasti simili anche agli uomini. Per questo da decenni la sostanza è stata messa al bando, ma la natura fatica a smaltirla. Oggi nei fiumi e nella falda acquifera italiane continua a essercene tantissima,soprattutto nelle regioni del Nord Italia.

Il Rapporto nazionale pesticidi nelle acque dell'ISPRA, basata sui campioni rilevati nel 2009-2010 in Italia, stabilisce una realtà preoccupante: il 55% delle acque superficiali è inquinato da pesticidi, e il 28% di queste hanno quantità superiori alla soglia di potabilità. Migliore il risultato delle analisi dei campioni prelevate dalle acque di falde: il 28% di questi sono inquinati da erbicidi, e di queste il 9,6% hanno concentrazioni superiori alla soglia di potabilità. L'emergenza più grave è stata, chiaramente, riscontrata nella Pianura Padana, dove l'agricoltura viene svolta in modo più intensivo.

Il glifosato

È un principio attivo ad azione erbicida, non selettivo, ampiamente utilizzato come diserbante nel mondo agricolo, nell'ambiente urbano, sia pubblico
che privato, sulle strade extra urbane e sulle ferrovie.

Pregi del glifosato

  1. Molto economico
  2. Risultati immediati nel breve periodo

Difetti del glifosato

  1. altamente persistente nelle falde acquifere, è il fitofarmaco maggiormente riscontrato nelle acque superficiali presente nel 92% dei campioni, quasi sempre in concentrazioni superiori ai limiti” (rapporti ISPRA 175/2013 e 208/2014)
  2. nel medio periodo crea una selezione di erbe infestanti resistenti al glifosato
  3. dichiarato probabilmente cancerogeno per l'uomo ed inserito nel gruppo 2A, dallo IARC
  4. è stato collegato al linfoma non-Hodgkin, in ricerche americane, canadesi e svedesi, nel 2001: inoltre, anche in questo caso, prove in laboratorio hanno dimostrato la sua capacità di alterare DNA e corredo cromosomico.
  5. Uno studio condotto negli Stati Uniti evidenzia come la notevole crescita dell'intolleranza al glutine sia direttamente correlato alla diffusione del glifosato nella coltivazione del grano.

Di seguito le valutazioni pubblicate al termine dei "Forum fitoiatrici" di Veneto Agricoltura, del 25 giugno 2014, Corte Benedettina - Legnaro Padova:

  1. La letteratura scientifica ci dice però il glifosato è la più frequente causa di problemi e avvelenamenti in Italia (Sistema Nazionale di Sorveglianza delle Intossicazioni Acute da Fitosanitari (SIAF) - rapporto 2005).
  2. Disturbi di molte funzioni del corpo sono state riportati dopo l’esposizione a normali livelli d’uso. È quasi raddoppiato il rischio di aborto spontaneo ritardato e i bambini nati dai lavoratori esposti hanno evidenziato un livello elevato di deficit neurologici.
  3. Il glifosato provoca un’alterazione della mitosi cellulare che può essere collegata al tumore presente nell’uomo.
  4. Il glifosato provoca ritardi nello sviluppo dello scheletro nel feto dei ratti di laboratorio.
  5. Inibisce la sintesi degli steroidi ed è genotossico nei mammiferi, nei pesci e nelle rane.
  6. E’ letale e altamente tossico per i lombrichi.
  7. È tossico per le farfalle e numerosi altri insetti benefici come pure per le larve delle cozze ed ostriche, per la Dafnia e per alcuni pesci d’acqua dolce come la trota arcobaleno.
  8. Inibisce batteri e spore benefici della terra specialmente quelli che fissano i composti azotati
  9. Inoltre il glifosato è uno dei pesticidi maggiormente presente nelle falde acquifere sotterranee.
  10. L'ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ex APAT, nel comunicato del 18 dicembre 2008 denuncia come aumenti l'incidenza (siamo al 37%) dei campioni di acque con presenza di pesticidi eccedenti i limiti di legge (0,1 μg/l).
  11. Non c'è da meravigliarsi perché gli ultimi dati dell'Istat indicano un aumento considerevole dell'impiego di diserbanti.
  12. Bisogna tenere presente inoltre che tra i residui industriali del diserbante è presente la “diossina”
  13. In Francia è in corso un processo contro un azienda per intossicazione da glifosato e per il risarcimento dei danni biologici. glifosato

Glifosato: cancerogeno o no? IARC vs. EFSA

Dopo il report di IARC che inseriva il glifosato nelle sostanze probabilmente cancerogene, l'EFSA si è pronunciata sostenendo la probabile NON cancerogenità.

A questo punto lo IARC emette un documento sul glifosato con le risposte alle domande più frequenti, che hanno portato alla decisione di classificate la sostanza come “probabilmente cancerogeno”. 

Alla domanda se gli effetti cancerogeni del glifosato possano essere collegati ad altre sostanze presenti nelle formulazioni, lo Iarc risponde “no”, precisando che la valutazione ha preso in considerazione sia gli studi riguardanti la sostanza “pura”, sia quelli dove è miscelata ad altri componenti. In entrambi i casi, lo Iarc ha rilevato una forte rischio di effetti genotossici.

In merito alle valutazioni più rassicuranti sui rischi di cancerogenicità presentate da altre Agenzie, come l’Efsa, lo Iarc sottolinea di aver considerato solo studi di dominio pubblico, anche di fonte industriale, sottoposti a revisione di terze parti. Non ha invece considerato quelli non pubblici, riguardanti sperimentazioni su animali, che non hanno fornito informazioni sufficienti per una revisione scientifica indipendente.

2,4 Diclorofenossiacetico

Dal momento che molta flora spontanea è diventata in questi anni resistente al glifosato, per ovviare a questa situazione, nel 2014 l’Environmental Protection Agency (EPA) statunitense ha autorizzato l’uso dell’erbicida Enlist Duo, che oltre al glifosato contiene il 2,4-D (acido 2,4-diclorofenossiacetico), che quest’anno è stato classificato dallo IARC come “potenzialmente” cancerogeno, un gradino sotto il livello di rischio del glifosato, classificato come “probabilmente” cancerogeno. L’Enlist Duo verrà commercializzato negli Stati Uniti in tandem con alcuni semi ogm di recente autorizzazione. L’EPA prevede che l’autorizzazione dell’Enlist Duo aumenterà da tre a sette volte il consumo di 2,4-D.

L’argomento secondo cui gli alimenti contenenti OGM non differiscano da quelli che non li contengono non è più valido, dato che omette di considerare che ormai le colture OGM sono maggiormente trattate con erbicidi, due dei quali possono comportare rischi di sviluppare il cancro. [Fonte: ilfattoalimentare.it]

Test, analisi, studi epidemiologici

Glifosato: cos'ha fatto il governo italiano

Con il D.Lgs 150/2012 e con il PAN (DM 22/01/2014), che dettaglia l'utilizzo dei prodotti fitosanitari e degli erbicidi, finalmente il problema viene risolto!!!
In linea con i contenuti della direttiva 2009/128/CE e del decreto legislativo n. 150/2012, il "Piano di Azione Nazionale per l'uso sostenibile dei prodotti fitosanitari" si propone di raggiungere i seguenti obiettivi generali, al fine di ridurre i rischi associati all’impiego dei prodotti fitosanitari:

  1. Ridurre i rischi e gli impatti dei prodotti fitosanitari sulla salute umana, sull'ambiente e sulla biodiversità;
  2. Promuovere metodi di difesa delle colture alternativi all’uso eccessivo dei fitofarmaci, come la difesa integrata e l’agricoltura biologica;
  3. Proteggere gli utilizzatori dei prodotti fitosanitari e la popolazione;
  4. Tutelare i consumatori;
  5. Salvaguardare l'ambiente acquatico e le acque potabili;
  6. conservare la biodiversità e tutelare gli ecosistemi.

Cos'ha fatto il Ministero della Salute

Analizzando il database dei prodotti fitosanitari, sul sito del "Ministero della Salute", ogni cittadino potrà scoprire la classificazione assegnata agli erbicidi con principio attivo glifosato.
Le classi di rischio assegnate agli erbicidi con principio attivo glifosato sono:

  • nc : non classificato
  • N : nocivo per l'ambiente acquatico
  • Xi : irritante per la salute umana
  • Xi,N : irritante per la salute umana e nocivo per l'ambiente acquatico

Sono tutte classi di rischio considerate innocue per l'uomo, quindi non vietate: nessun erbicida al glifosato ha classe di rischio tossica o nociva. Attenzione però che la classe di rischio si riferisce al prodotto finito, mentre le frasi di rischio si riferiscono al singolo principio attivo o coformulante presente nel prodotto.

Decreto dirigenziale 9 agosto 2016 del Ministero della Salute

L'EFSA ha stabilito la pericolosità del glifosato quando è associato al POEA, un coformulante ottenuto dal grasso animale (sego), cosicché l'UE in data 01/08/2016 ha emanato il regolamento di attuazione 2016/1313, recepito dalla legge italiana con DD 9 agosto 2016, che stabilisce dei limiti all'uso del glifosato, in particolare

  • divieto di utilizzo dei prodotti a base di glifosato nelle aree frequentate dalla popolazione e dai gruppi vulnerabili, quali parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, ortili e aree verdi all’interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie;
  • divieto di utilizzo dei prodotti a base di glifosato in pre-raccolta, al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura;
  • al fine di proteggere le falde sotterranee, divieto di utilizzo in zone non agricole, in prossimità di corsi d'acqua o in suoli con contenuto di sabbia superiore all'80%;
  • divieto di immissione nel mercato di prodotti fitosanitari contenenti POEA (CAS 61791-26-2), e viene specificata una lista di erbicidi ora vietati.

Alcune obiezioni da fare al Ministero della Salute sono le seguenti: sono attualmente in commercio 21 erbicidi contenenti POEA che non sono stati inseriti nella lista al punto precedente, forse perché il Ministero ne ha ignorato l'esistenza. Ci sono altri 58 erbicidi che non riportano nella scheda di sicurezza informazioni sufficienti a determinare la presenza o meno del POEA o di altri composti. Infine, ci sono altri erbicidi a base di glifosato che contiene altre ammine con caratteristiche simili a POEA, che andrebbero studiate per verificarne la pericolosità.

Com'è possibile vietare l'uso del glifosato (e di tutti gli erbicidi chimici)

Per il momento si possono concentrare gli sforzi sul PAN.Art.5.6.1, ambiente urbano, utilizzando le frasi di rischio relative ad ogni principio attivo o coformulante inserito nella formula: è sufficiente riscontrare la presenza di una delle frasi di rischio vietate dal PAN, per vietare l'uso dell'erbicida.
Sarebbe auspicabile che il Ministero della Salute risolvesse il problema delle schede di sicurezza degli erbicidi che normalmente sono incomplete, in quanto:

  • non sono riportati tutti i componenti della formula (normalmente dal 30% al 60%)
  • non sono riportate tutte le frasi di rischio relative ad ogni componente elencato
  • non sempre, nella formula, è indicato il "Tensioattivo", che spesso ha classi di rischio da Irritante a Nocivo a Tossico per la salute (quindi con frasi di rischio proibite dal PAN)
  • sono state fatte una decina di interrogazioni parlamentari su questi argomenti, da Silvia Benedetti, parlamentare del M5S, alle quali il ministro ha risposto con un MURO di silenzio

Alle volte non si riesce addirittura, a risalire alle schede di sicurezza, che non sono fornite dal Ministero della Salute, ma dalle aziende chimiche produttrici.

Come possono intervenire gli amministratori locali

Superando tutti i problemi visti sin'ora ed il silenzio del Ministro della Salute, perché è chiaro che con queste mancanze è difficile identificare le frasi di rischio del glifosato. Però ci viene in aiuto l'Università di Herfordshire, che ha lavorato sei anni con finanziamento UE, per creare il più ricco database "mondiale" dei principi attivi, frequentato da aziende chimiche, università ed istituti internazionali. Ad ognuno dei sali del glifosato, usati negli erbicidi, è stata assegnata la frase di rischio R41 = rischio di gravi lesioni oculari, una delle frasi proibite dal PAN in ambiente urbano, inoltre il glifosato è considerano NOCIVO per l'uomo e l'ambiente.

  • Con questa frase di rischio R41, il glifosato è proibito nell'ambiente urbano, ai pubblici amministratori, ma anche ai privati nelle loro proprietà cittadine: viali, parchi, giardini, orti
  • Il glifosato è vietato per la frase di rischio, non per la classe di rischio!

E' invece più difficile vietare l'uso del glifosato in agricoltura, vietare i fitosanitari molto tossici, tossici e nocivi con effetti cronici per la salute, finché il Ministero della Salute non si deciderà a riclassificarne i pericoli per la salute e l'ambiente riscrivendo in modo più razionale e organico le schede di sicurezza.

Il divieto dell'utilizzo dei fitosanitari, con classe di rischio molto tossici, tossici e nocivi con effetti cronici per la salute, riguarda molti altri prodotti chimici, quali altri erbicidi, insetticidi, e fungicidi, usati regolarmente in agricoltura, anche a ridosso di strade, case, orti, scuole, etc.... che i cittadini subiscono senza interventi pubblici a loro difesa.

La più grave mancanza di Governo, Regioni e Comuni è l'informazione ai cittadini, prevista dalle leggi attuali, ma mai messa in opera: dopo 18 mesi dall'entrata in vigore del PAN, i cittadini non sanno ancora quale organo istituzione dovrà "garantire un’informazione accurata della popolazione circa i potenziali rischi associati all’impiego dei prodotti fitosanitari". (estratto dal PAN)

Riferimenti

 

Pesticidi e tumori: le novità (e le polemiche) del report Iarc - di Patrizia Gentilini, Medico oncologo ed ematologo

La scorsa settimana, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) di Lione, diretta per molti anni da Lorenzo Tomatis, indimenticabile figura di medico, ricercatore e scienziato, ha pubblicato su Lancet Oncology (edizione on-line) una sintesi della valutazione di cancerogenicità dei seguenti pesticidi organofosforici: tetraclorvinfos, paration, malation, diazinon, glifosate. Il report completo sarà oggetto della monografia n. 112.

L’erbicida glifosate e gli insetticidi malation e diazinon sono stati classificati come “probabili cancerogeni per l’uomo” ed inseriti nel gruppo 2A, gli insetticidi tetraclorvinfos e paration, come “possibili cancerogeni per l’uomo” e inseriti nel gruppo 2B.

Ricordiamo che la Iarc ha identificato 5 categorie secondo cui valutare la cancerogenicità per l’uomo delle diverse sostanze sulla base delle evidenze scientifiche accumulate: si parte dalla categoria I ( cancerogeno certo per l’uomo), seguono poi, nell’ordine, le già citate 2A e 2B, la 3 (agenti non classificabili per la cancerogenicità) e la 4 (agenti probabilmente non cancerogeni per l’uomo).

La Iarc – per chi non lo sapesse – è l’organo di riferimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e i suoi report sono frutto di panel di ricercatori altamente qualificati: ciò nonostante questo report è stato pesantemente criticato da Monsanto, multinazionale del settore, che ha addirittura definito questa pubblicazione scientifica come “spazzatura”… ma, come penso ognuno può immaginare, forse il suo giudizio non è del tutto disinteressato.

Fra tutti i pesticidi presi in esame da quest’ultimo rapporto della Iarc quello di maggior interesse è certamente il glifosate sia perché è l’erbicida più utilizzato al mondo sia perché coinvolto nelle colture di organismi geneticamente modificati (Ogm) quali mais, colza, barbabietola, colture studiate appunto per essere “resistenti” agli erbicidi e consentire quindi un utilizzo ancora più massiccio di tali sostanze.

Il glifosate è ampiamente utilizzata non solo in agricoltura ma anche per diserbare cigli stradali, ferroviari ecc. e le strisce giallastre che deturpano il paesaggio proprio in questa stagione in cui il verde dell’erba ricomincia a spuntare ne sono una triste testimonianza. Ben più grave del danno estetico sono tuttavia i rischi per la salute. L’inserimento di glifosate nella categoria 2A non giunge affatto come una novità in quanto già dal 2001 sia da ricerche di laboratorio, ma anche da diversi studi epidemiologici sull’uomo, era emerso che l’esposizione ad esso aumentava in particolare il rischio di  linfomi. Studi di laboratorio avevano inoltre dimostrato che l’azione tossica su linee cellulari umane si esercitava a dosi 100 volte inferiori a quelle considerate sicure e che la formulazione commerciale era più pericolosa del solo principio attivo per la presenza di coadiuvanti.

Grande dibattito nel mondo scientifico e sui media avevano poi suscitato negli anni scorsi le ricerche del Prof. Gilles-Eric Séralini su ratti alimentati a lungo termine con la varietà di mais geneticamente modificato NK603 e resistente ad erbicida a base di glifosato. La ricerca, che aveva scatenato un’aggressiva campagna diffamatoria e ricevuto pesantissime critiche, era stata poi ripubblicata nel 2014 dopo una rigorosa seconda peer-review e completa dei dati grezzi ed aveva messo in evidenza non solo un elevato numero di tumori nella maggior parte dei gruppi testati, ma anche disfunzioni ormonali e diversi danni al fegato e ai reni.

Non vanno tuttavia neppure trascurati altri danni conseguenti all’uso del diserbo chimico quali quelli agli ecosistemi, agli organismi acquatici e l’azione di erosione dei suoli che subiscono maggiormente l’azione di dilavamento con conseguente crescita di franosità.

Inoltre glifosate ed il suo metabolita Ampa, nonostante fossero stati pubblicizzati come rapidamente degradabili, si ritrovano con un’alta frequenza nelle acque superficiali: dall’ultimo rapporto Ispra sulla presenza di pesticidi nelle acque le due sostanze sono state rilevate rispettivamente nel 18% e 47% dei campioni. Purtroppo in Italia la ricerca del glifosate e del suo metabolita Ampa viene effettuata solo in Lombardia. Questo erbicida è presente inoltre nel 10,9 % dei campioni alimentari controllati a livello europeo (Efsa 2014).

Che il modello di agricoltura ora dominante non sia più sostenibile è evidenziato dalla Direttiva 2009/128/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, che all’articolo 7 afferma: “Gli Stati membri adottano misure volte a informare la popolazione e a promuovere e agevolare i programmi di informazione e di sensibilizzazione e la disponibilità di un’informazione accurata ed equilibrata sui pesticidi per la popolazione, in particolare sui rischi e i potenziali effetti acuti e cronici per la salute umana, gli organismi non bersaglio e l’ambiente che comporta il loro impiego, e sull’utilizzo di alternative non chimiche” e, all’art. 14 “Gli Stati membri adottano tutte le necessarie misure appropriate per incentivare una difesa fitosanitaria a basso apporto di pesticidi, privilegiando ogniqualvolta possibile i metodi non chimici, questo affinché gli utilizzatori professionali di pesticidi adottino le pratiche o i prodotti che presentano il minor rischio per la salute umana e l’ambiente tra tutti quelli disponibili per lo stesso scopo”.

In effetti anche in Italia lo scorso anno, in applicazione della suddetta Direttiva, è stato approvato un Piano di Azione Nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari (PAN DLgs. 14 agosto 2012 n°150) che si prefigge “di guidare, garantire e monitorare un processo di cambiamento delle pratiche di utilizzo dei prodotti fitosanitari verso forme caratterizzate da maggiore compatibilità e sostenibilità ambientale e sanitaria, con particolare riferimento alle pratiche agronomiche per la prevenzione e/o la soppressione di organismi nocivi” e “inoltre prevede soluzioni migliorative per ridurre l’impatto dei prodotti fitosanitari anche in aree extra agricole frequentate dalla popolazione, quali le aree urbane, le strade, le ferrovie, i giardini, le scuole, gli spazi ludici di pubblica frequentazione e tutte le loro aree a servizio”.

Per passare dalle dichiarazioni di intenti ad azioni concrete per una agricoltura più rispettosa del suolo, dell’acqua e della biodiversità la strada tuttavia appare ancora impervia e soprattutto molto c’è da fare per fare crescere una diversa cultura su questi temi. Un piccolo, ma riteniamo importante contributo in tal senso è venuto dall’Associazione dei Medici per l’Ambiente che ha prodotto un documento Position Paper su agricoltura e pesticidi.

Questo documento vuole essere uno strumento a disposizione di Istituzioni e cittadini per informare circa i rischi che l’esposizione cronica ai pesticidi comporta per la salute umana; tali rischi sono ormai documentati da una mole crescente di evidenze scientifiche sia sperimentali che epidemiologiche e si traducono in alterazioni a carico di svariate strutture dell’organismo umano, in particolare a carico del sistema nervoso, endocrino, immunitario, riproduttivo, renale, cardiovascolare e respiratorio. Per questo come medici riteniamo importante diffondere tali conoscenze per fornire da un lato ai decisori politici strumenti per individuare politiche agricole più rispettose della salute e dell’ambiente e dall’altro indicare ai consumatori comportamenti alimentari responsabili e misure relativamente semplici per ridurre l’esposizione ai pesticidi, minimizzando al tempo stesso i rischi per sé e per i propri congiunti.
Patrizia Gentilini
26 marzo 2015
IL FATTO QUOTIDIANO.IT

Risposta di Patrizia Gentilini, medico oncologo ed ematologo, all'articolo pubblicato su Altroconsumo "Non crediamo in Bio"

ilfattoalimentare.it - Versione editabile, in ODT

Gentile Direttore,

ho letto con attenzione l’articolo comparso su Altroconsumo 295, Settembre 2015 “ dal titolo “Non crediamo in BIO” e sono rimasta profondamente sconcertata sia come cittadino che cerca di fare scelte consapevoli, ma soprattutto come medico che ha a cuore la salute umana. Non le nascondo inoltre che ho provato una profonda delusione nel vedere affrontato in modo quanto meno superficiale da una rivista che vorrebbe porsi a tutela del consumatore un tema tanto delicato. Dall’articolo emerge molto chiaramente una “bocciatura” del biologico, che del resto risultava lampante già dal titolo, perché, in base alle vostre indagini condotte su mele, fragole, carote e pomodori ciliegini non vi sarebbero differenze sostanziali fra i due gruppi in termini di nutrienti e vitamine, ed i pesticidi riscontrati nei prodotti da agricoltura convenzionale sarebbero sempre ben al di sotto dei limiti di legge. Unica eccezione di un campione di fragole in cui è presente una sostanza vietata per questa coltura quale il carbaril, presente ben oltre i limiti di legge. In realtà a ben esaminare i vostri risultati si può giungere invece a conclusioni nettamente opposte: voi avete esaminato 71 campioni bio e non bio di mele, fragole, carote e pomodori ciliegini : fra i prodotti biologici 8 campioni hanno presentato la presenza di 1 residuo ( 1 di fragola e 7 fra i pomodori ciliegini), mentre fra i prodotti non bio ben 63 presentavano residui ed in 6 casi vi era più di un residuo, addirittura fino a 5 diversi pesticidi in un campione di fragole! Nell’articolo viene ripetutamente sottolineato che tutti i residui sono comunque “entro i limiti” ad eccezione di due campioni di fragole fuori legge entrambi contenenti carbaril, pesticida non ammesso ed in quantità superiore ai limiti consentiti (in uno dei due campioni, inoltre erano presenti anche altri due pesticidi). In realtà facendo solo un piccolo conteggio - visto che è raccomandabile introdurre giornalmente una grande varietà di frutta e verdura - chi si alimenta in modo non biologico introduce qualche decina di diversi pesticidi al giorno! Davvero il fatto che le singole sostanze siano entro i limiti di legge può rassicuraci? E che dire della consistente presenza di multiresidui in singoli campioni? Quest’ultimo problema non è affatto trascurabile ed è crescente nella Comunità Scientifica la consapevolezza che la valutazione di rischio delle miscele di agenti chimici (in primis i pesticidi!) è ampiamente sottostimato. Proprio per questo è stato di recente avviato in Francia uno studio (PERICLES) che si propone di valutare su linee cellulari umane e test di laboratorio gli effetti di 79 residui di pesticidi in 7 diverse miscele (da 2 a 6) presenti abitualmente nella dieta dei francesi, ed i primi risultati mostrano come svariate funzioni cellulari vengono compromesse da questi cocktail con effetti che non possono in alcun modo essere compiutamente previsti sulla base dell’azione della singola sostanza. (The PERICLES research program: An integrated approach to characterize the combined effects of mixtures of pesticide residues to which the French population is exposed.Crépet A, Héraud F, et al. Toxicology 2013). Sempre a questo proposito credo che i lettori dovrebbero essere adeguatamente informati e messi a conoscenza che:

i test tossicologici per la registrazione di queste sostanze vengono eseguiti sul principio attivo e non sul formulato commerciale (spesso molto più tossico come, ad esempio, nel caso del glifosate in cui nel prodotto commerciale è presente una serie di adiuvanti come il polyoxyethylene amine (POEA) molto più tossici del principio attivo (Williams et al., 2000; Howe et al., 2004; Santos et al., 2005; Jasper et al. 2012, Mesnage et al., 2012);

l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) incaricata di queste valutazioni non dispone di propri laboratori ma esamina le indagini autonomamente condotte dalle aziende proponenti, indagini in genere condotte su animali di laboratorio per periodi molto brevi (non per tutta la durata della vita dell’animale);

gli studi vengono condotti per singola sostanza e non sui cocktail di molecole cui siamo stabilmente esposti;
esiste una possibile diversità di effetti tossici fra composti originari e loro metaboliti: ad esempio il metabolita del glifosate, l’acido aminometilfosfonico (AMPA), è dotato di genotossicità e persistenza nell’ambiente maggiore del glifosate (Manas et al., 2009);

possono essere presenti effetti anche per dosi inferiori ai limiti consentiti e per esposizioni minimali: questo è stato dimostrato per l’atrazina e per il glifosate, capaci di alterare l’attività del citocromo P450 su cellule placentari umane a dosi 100 volte inferiori di quelle ammesse in agricoltura;

• esiste ovviamente una diversa suscettibilità individuale in relazione a fattori genetici, età, genere, stato nutrizionale, abitudini personali etc;

i limiti sono stabiliti su adulti di 70 kg in buona salute quando è ben noto che negli organismi in via di sviluppo, in particolare nel periodo embrio fetale, nei neonati e nei bambini la suscettibilità è enormemente maggiore.

Tutto questo per ribadire che le dosi “piccole” e ripetute nel tempo non sono affatto scevre da rischi per la salute: noi tutti, ancor prima di nascere, siamo sottoposti all’azione di centinaia di molecole di sintesi che sono presenti nei corpi dei nostri genitori e, come nel caso delle molecole con azione di “interferenti endocrini” (quali sono moltissimi pesticidi) agiscono per definizione proprio a dosi minimali e possono alterare i gameti (spermatozoi ed ovociti), con danni che si trasmettono da una generazione all’altra. L’esposizione prosegue poi nel grembo materno perché queste sostanze passano dalla madre al feto ed ovviamente si prolunga per tutto il resto della vita: certamente non tutti abbiamo la stessa suscettibilità ma è incontestabile il fatto che nella comunità scientifica la preoccupazione per le patologie correlate ai pesticidi è massima come dimostrano i circa 20.000 lavori scientifici pubblicati a questo riguardo su riviste scientifiche. Segnalo che a questi temi è stato dedicato un convegno ad Arezzo nello scorso ottobre i cui atti sono qui scaricabili:

https://gruppodistudioambientesalute.files.wordpress.com/2014/11/atti-i-pesticidi-arezzo-2014006.pdf

In sintesi vorrei rammentare che ad esposizione cronica a pesticidi (professionale e non) è correlato un incremento statisticamente significativo del rischio delle seguenti patologie: asma professionale, bronchite cronica e BPCO , Morbo di Parkinson, Morbo di Alzheimer, Sclerosi laterale amiotrofica, diabete, patologie cardiovascolari, patologie autoimmuni, patologie renali, disordini riproduttivi, malformazioni e difetti di sviluppo, malattie della tiroide, alterazioni dello sviluppo cognitivo, motorio e neurocomportamentale nei bambini , cancro (tutti i tumori nel loro complesso, tumori del sangue, cancro al polmone, pancreas, colon, retto, vescica, prostata, cervello, melanoma).

In particolare sono proprio le donne in gravidanza quelle che maggiormente dovrebbero essere preservate da esposizioni anche minimali a queste sostanze: un recente studio ha valutato che ogni anno in Europa si perdano ben 13.000.000 ( sì, 13 milioni!) di punti di Quoziente di Intelligenza (QI) e si contino 59.300 casi di disabilità intellettiva per esposizione a pesticidi organofosfati in gravidanza (Trasande L1, Zoeller RT, Hass U Estimating burden and disease costs of exposure to endocrine-disrupting chemicals in the European union. J Clin Endocrinol Metab. 2015 Apr;100(4):1245-55). Ancora, ad esempio, è emerso che il rischio di leucemia per la prole è più che raddoppiato se l’esposizione è avvenuta in utero (Residential exposure to pesticides and childhood leukaemia: a systematic review and meta-analysis Residential exposure to pesticides and childhood leukaemia: a systematic review and meta-analysis Environ Int. 2011 Jan;37(1):280-91) Vorrei anche sottolineare che l’assunzione di pesticidi non avviene solo attraverso frutta e verdura, ma anche attraverso carne e derivati (latte, formaggi etc) provenienti da animali alimentati con mangimi OGM. Anche di questo i lettori dovrebbero essere informati, perché oltre l’85% dei mangimi importati ed utilizzati nel nostro paese è rappresentato da mais e soia geneticamente modificati per essere resistenti ad erbicidi (glifosate) che quindi vengono utilizzati in quantitativi sempre maggiori anche per insorgenza di resistenze. Questo problema è emerso recentemente in una prestigiosa rivista medica, il New England Journal of Medicine, in cui si sottolinea come il glifosate sia stato classificato dalla IARC come cancerogeno probabile (2A) (GMOs, Herbicides, and Public Health Philip J. Landrigan, M.D., and Charles Benbrook, Ph.D.N Engl J Med 2015; 373:693-695 August 20, 2015). Queste sostanze in definitiva si accumulano nelle carni degli animali o nei loro prodotti di cui poi ci nutriamo, e studi dimostrano come maggiori livelli dei loro metaboliti siano presenti nelle urine di chi si alimenta di questi prodotti rispetto a chi invece utilizza prodotti da allevamenti biologici. Perché non dare queste informazioni alle persone visto che ad es. il glifosate non è solo cancerogeno ma alcuni studi lo correlano a patologie in crescente aumento come la celiachia?

All’inizio dell’articolo viene giustamente sottolineato come l’agricoltura biologica sia più rispettosa della salubrità del terreno, in quanto vengono previste le rotazioni delle colture, non utilizzi fertilizzanti chimici che nel lungo termine impoveriscono il terreno, tuteli la biodiversità – basti pensare alla moria di insetti utili (api!) correlata all’uso di neonicotinoidi etc., ma poi si afferma che chi fa la scelta del biologico lo fa più per una scelta egoistica personale che non per motivazioni etico/ambientali. Personalmente non condivido affatto questa valutazione perché, fortunatamente, chi fa la scelta del biologico lo fa non solo per motivi di salute personale ( che, contrariamente a quanto asserito nell’articolo, credo siano più che dimostrati), ma perché ha maturato la consapevolezza che “non possiamo semplicemente più continuare a produrre cibo senza prenderci cura del nostro suolo, dell’acqua e della biodiversità", per cui “aumentare la percentuale di agricoltura che utilizza metodi biologici e sostenibili non è una scelta, è una necessità”, come recentemente affermato da Claire Kremen dell’Universtà di Berkeley in una revisione di 115 ricerche scientifiche per confrontare agricoltura biologica e convenzionale e pubblicato dalla Royal Society (http://rspb.royalsocietypublishing.org/).

Per cui, Gentile Direttore, in conclusione, la invito a fornire una più corretta informazione ai lettori, e soprattutto a documentarsi in maniera adeguata perché “credere in Bio” non è un atto di fede, ma una scelta consapevole e responsabile per la sostenibilità ambientale e la salute umana!

Cordiali saluti

Dott.ssa Patrizia Gentilini

Medico Specialista in Oncologia ed Ematologia Generale

Comitato Scientifico Associazione dei Medici per l’Ambiente ISDE Italia